Il lavoro che segue in realtà non è di nuova formazione,  facendo parte del gruppo storico dei quattro fabbricati di Patton Springs, ma di un restiling vero e proprio,  operato per l’occasione per consentirne l’esposizione alla prima mostra modellistica nazionale per la scala 1/6 di Abbiategrasso tenutasi dal 28/2 al 6/03/2016.

Molti i lavori operati sulla struttura,  per cominciare da un pesante invecchiamento delle pareti interne ed esterne del fabbricato a base di the,  caffè e catrame liquido,  all’applicazione di calamite sia sul basamento che ai piedi (o meglio alle scarpe) dei figurini per consentirne un adeguato ancoraggio (necessità questa dettata da esigenze espositive),  nonchè tutta una serie di accorgimenti strutturali per adeguare due delle qauttro pareti nonchè la copertura, affinchè potessero risultare completamente visibili al terzo osservatore / visitatore mediante lastre di plexiglass collegate tra loro.

Particolare attenzione è stata posta al mobilio, interamente autocostruito, come la cassaforte, dipinta a mano,  dalla struttura tipicamente dell’epoca,  oltre allo scrittoio realizzato in legno e collocato all’ingresso,  come del resto l’intera parete divisoria interna.  Anche le scritte sulla facciata sono state realizzate a mano libera.

 

 

Nell’ultimo conflitto il Battaglione Cervino per ben due volte fu formato e due volte distrutto.

Il Monte Cervino è una leggenda,  nelle sue fila vi erano tutti campioni di sci e di roccia,  annoverando esclusivamente volontari e scapoli,  condizione prima per essere accettati.

La permanenza in Russia del “Cervino” durò dieci mesi.   Il  primo  combattimento  nel marzo  del ’42  a  – 32°  sotto zero sul fronte del Ploski,  l’ultimo combattimento nel gennaio del ’43 a Olikowatka.  Quando a dicembre i russi scatenarono la loro offensiva il “Cervino” si trovava a fianco della “Julia” a condividerne il martirio.  La loro ritirata finì alle porte di Nikolajewka nel gennaio del ’43,  dove per l’ennesima volta la tenaglia nemica si chiuse su di loro al grido del motto del battaglione “Pistaa!”,  prima che la “Tridentina” potesse arrivare loro in soccorso.

Anche nell’immenso fronte russo si sparse ampiamente la fama del “Cervino”,  i cui alpini venivano con rispetto e timore chiamati  “I Diavoli Bianchi”.

 

 

Questo diorama non è una vera e propria novità in quanto l’ho realizzato qualche anno fa, ma avendo deciso di riproporlo in occasione di una manifestazione modellistica, il Model Show di Varedo 2015,  in cui tra l’altro per la prima volta in assoluto in Italia si teneva il “Varedo in Action”, manifestazione esclusivamente dedicata alla scala 1/6,  ho voluto così rivisitarlo completamente dandogli una nuova veste, ancor più attinente alla drammaticità degli eventi accaduti in quei frangenti.

Il restiling è stato pressochè totale, introducendo un nuovo personaggio, il ferito portato a spalle, rivedendo in toto le posture dei personaggi ed aggiungendo alla scena, seppur di per sè già drammatica,  la connotazione di ulteriore drammaticità dettata dalla presenza della neve in grande quantità, a sottolineare il clima particolarmente rigido dei luoghi e pertanto le enormi difficoltà e sofferenze sopportate dai nostri alpini.

 

 

 

Come ogni tipica cittadina Old West anche Patton Springs brulica di gente indaffarata nelle proprie faccende.

Questo vuole essere un piccolo sguardo,  uno squarcio di vita quotidiana, rubato qua e la, tra la moltitudine di personaggi che affollano la polverosa main street cittadina.

 

Mi sono imbarcato nella costruzione da zero di una sezione del sommergibile tedesco U-Boot 96, classe VII C, lo stesso del celeberrimo film “Das Boot” di Wolfgang Petersen, più precisamente la parte che riguarda la sala di controllo con il soprastante comparto periscopio e la torretta.

L’impresa è sicuramente titanica ed oltremodo impegnativa, vista la quantità di particolari che si trovano all’interno della sala di controllo.

Qualche numero per inquadrare le dimensioni di questo bestione:  la sala di controllo avrà un’altezza interna cm. 55, lunghezza compartimento cm. 150, oltre a cm. 10 del ponte inferiore esterno e cm. 60 della torretta esterna.

Lo spaccato che intendo realizzare è esattamente riprodotto nel modellino in scala minore delle prime quattro foto.

Per la costruzione del manufatto utilizzerò principalmente lastre di polistirolo ad alta densità (PAD),  legno e plasticard.

 

La Battaglia di Verdun, in francese Bataille de Verdun, fu l’unica grande offensiva tedesca avvenuta tra la prima battaglia della Marna del 1914 e l’ultima offensiva nella primavera del 1918. Fu una delle più violente e sanguinose battaglie di tutto il fronte occidentale della prima guerra mondiale. Ebbe inizio il 21 febbraio 1916 e terminò nel dicembre dello stesso anno.

Questa spaventosa battaglia divenne una leggenda nazionale in Francia, sinonimo di forza, eroismo e sofferenza, i cui effetti e ricordi perdurano ancora oggi.

Fu la più lunga battaglia di ogni tempo, coinvolse quasi tre quarti delle armate francesi. Fu un vero e proprio bagno di sangue.

Nel 1916 Verdun era una cittadina considerata inattaccabile dai comandi francesi. Da ogni lato Verdun era circondata da ripide colline lambite dalla Mosa, presidiate da numerosi forti che avrebbero impedito grazie ad un efficace tiro incrociato qualunque avanzata nemica.

Verdun fu munita di una serie di profonde trincee protettive, lunghe fino 5 km, tecnicamente la città era il punto più forte dell’intero fronte francese, ma in pratica si sarebbe rivelato uno dei più deboli. Questo perchè la piazzaforte fu privata quasi completamente dei suoi pezzi d’artiglieria, che furono tolti per essere adoperati al fronte. In questo modo il sistema difensivo venne privato delle sue armi, ma successivamente anche dei suoi uomini. Questi furono mandati su altri fronti, lasciando praticamente sguarnito il caposaldo di Verdun, dove pertanto non fu possibile eseguire il giusto completamento del sistema trincerato a difesa del settore che, al momento dell’attacco tedesco, era privo di trincee di collegamento, reticolati e collegamenti telefonici sotterranei. Tutte necessità vitali per reggere ad un attacco nemico.

Quindi le linee di resistenza di Verdun non erano caratterizzate da una fitta rete di trincee tra loro collegate, così come invece avveniva sul resto del Fronte Occidentale. Ciò significa che tutta la lunga battaglia di Verdun venne combattuta all’aperto, in piena terra di nessuno, senza alcun tipo di riparo o caposaldo.

Queste trincee furono scavate più per consentire delle linee di collegamento con il fronte e vennero completate solo dopo la fine della battaglia, in previsione di una ripresa delle ostilità negli anni seguenti del conflitto.

I soldati francesi erano affettuosamente chiamati “Poilus” Pelosi, in quanto non riuscivano a radersi, ne a tagliarsi spesso i capelli, costretti per lunghi periodi in prima linea, dentro le trincee.